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IL CAPITALISMO STA CAMBIANDO: 4 INDIZI DI UNA RIVOLUZIONE ETICA

La rivoluzione etica del capitalismoUn bell’articolo del Sole 24 Ore profetizza per il capitalismo una vera e propria rivoluzione etica, riprendendo l’analoga tesi del Financial Times e portando a supporto altri eclatanti indizi come il documento con cui gli amministratori delegati di duecento tra le più importanti imprese americane, da Amazon alla Ford, si sono impegnati a sposare politiche più responsabili verso le persone e l’ambiente. Aggiungiamo noi anche il Global Fashion Pact, sottoscritto lo scorso agosto da oltre 30 aziende del Fashion & Luxury a margine dell’ultimo G7.

 

Occhio agli investimenti

Che qualcosa stia accadendo è indubbio, scrive Vittorio Pelligra, a cominciare dagli investimenti. Negli ultimi anni, per dirne una, i fondi di investimento eticamente orientati – cioè gestiti secondo criteri ESG (environmental, social, governance) – stanno avendo un enorme sviluppo.

Nel 2019, solo il gigante BlackRock ha lanciato sei di questi fondi, pensati per quegli investitori che, coi loro soldi, vogliono non solo ottenere alti ritorni economici, ma anche contribuire anche alla riduzione delle emissioni di gas-serra o evitare di finanziare imprese che operano nel settore delle armi o che violano, in qualche modo, i principi etici fondamentali come quelli sanciti dal Global Compact delle Nazioni Unite.

Nella sola Europa, nell’arco dei prossimi dieci anni, ci si aspetta un aumento di questi investimenti di circa 20 volte, per cui ecco spiegata la scelta di un player-chiave come Black Rock.

 

Le nuove priorità dei giovani

La seconda tendenza che sta emergendo in modo prepotente è connessa alle dinamiche intergenerazionali. Nuovi investitori, giovani e decisamente più sensibili dei loro nonni e genitori ai temi della sostenibilità, si affacciano sul mercato. A loro, nei prossimi anni, andranno i beni e risparmi dei cosiddetti baby boomers, stimati in circa 30 trilioni di dollari. Una massa di ricchezza enorme certamente capace di influenzare l’evoluzione della corporate culture a livello globale. Sarà questo trasferimento – scrive Pelligra – ad alimentare le scelte di investimento etiche di cui sopra.

 

Consumatori più sensibili, lavoratori più produttivi

Le ultime due spinte al cambiamento hanno a che fare con il ruolo dei nuovi consumatori, sempre più orientati, come abbiamo visto, ai nuovi valori. La maggiore accessibilità alle informazioni rilevanti garantita dalla rete moltiplicherà certe scelte d’acquisto, decretando il successo dei beni prodotti da aziende responsabili.,

C’è poi un ultimo punto, messo in luce da uno studio di Daniel Hedblom, Brent Hickman e John List, appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research (Toward an Understanding of Corporate Social Responsibility: Theory and Field Experimental Evidence): essere responsabili conviene all’impresa, non solo perché in questo modo verrà premiata da consumatori sensibili, ma anche perché riuscirà ad attrarre lavoratori più motivati e produttivi.

Per provare questa relazione, i tre autori dello studio hanno fondato un’impresa, iniziando a mandare annunci di lavoro in maniera casuale in alcune grandi città americane. Le lettere differivano tra loro per salario e tipo di attività. Alcune offerte indicavano una paga oraria di $11, mentre altre promettevano $15. In alcuni casi l’impresa veniva descritta come fornitrice di servizi per una multinazionale, non particolarmente impegnata sul fronte della responsabilità sociale, mentre in altri casi veniva descritta come associata a una organizzazione non-profit che forniva servizi scontati per progetti ad alto impatto sociale.

Una volta selezionati e assunti, i lavoratori sono stati messi all’opera e la loro produttività è stata attentamente misurata. I risultati hanno evidenziato alcuni dati interessanti: le offerte di lavoro con la descrizione dell’impresa non-profit hanno ottenuto un tasso di risposta significativamente più alto; una volta assunti, i lavoratori impegnati per l’impresa non-profit hanno prodotto un risultato qualitativamente migliore, con un beneficio per l’azienda equivalente a quello che avrebbe potuto ottenere attraverso un aumento salariale del 36%.

 

Qualcosa sta cambiando davvero, dunque? Secondo il giornalista del Sole 24 Ore è presto per affermarlo con certezza. “Certo è che esistono buone ragioni perché questo cambiamento si avvii. Se non per bontà, almeno per convenienza”.